Lo sguardo straniante nella danza Odissi di…

 Sanjukta Panigrahi…

Sanjukta Panigrahi – Odissi – Ardhanareeshwara Stuti (1/3)

 

Il mio primo incontro con la danza indiana avvenne nel 1988 al  Festival del Teatro di Sant’Arcangelo di Romagna .Sul palco si esibiva in una danza Odissi Sanjukta Panigrahi (1944-1997). Danza difficile da comprendere, dallo sguardo-straniante, l’impressione che ne ebbi fu chiara da subito: mi si stava spalancando un intero universo, fu come se si fosse scavato uno spazio nella mia anima. Per la sua creatività, talento e forza intellettuale Sanjukta Panigrahi, detentrice di un profondo sapere, fu una delle più grandi danzatrici che l’India ebbe. Il suo stile era l’Odissi, la danza nello stile classico Bharatanatyam della scuola di Rukmini Devi dello stato dell’Orissa.

 

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La Danza Odissi

Un evento di un certo spessore, che si richiama anche alla riflessione sul fare teatro dell’avanguardia, che privilegia linguaggi esotici o difficili (ricordiamo a questo proposito la fascinazione che ebbe su Antonin Artaud l’impatto con la trance dei danzatori di Bali nel 1931), è stato lo spettacolo di Danza Odissi di Sanjukta Panigrahi, non nuova a questo genere di sperimentazioni per aver partecipato nel 1981 alla scuola degli attori promossa da Eugenio Barba a Bonn. Ciò che è particolare della Danza Odissi è da un lato la presenza in scena dell’ensemble di musicisti di Ragunath Panigrahi, marito della danzatrice, che accompagna le danze epiche il cui repertorio è tratto dai poemi classici del Ramayana e del Mahabharata e dagli inni poetici del Riqveda; dall’altro lato, la matrice devozionale (sulla sinistra viene posta la statua di un dio; la danza è nata insieme al culto di Shiva). Lo spettacolo si è svolto il 6 luglio nello Sferisterio, all’aperto, su di un palcoscenico nudo, a parte gli elementi di cui abbiamo parlato, sotto le stelle; e veniva da pensare a quel passo di uno dei pochi saggi di Walter Benjamin che si possono leggere con interesse, quello sulla Facoltà mimetica (Das Mimetische Vermögen, 1932), in cui si parla di “residui di un’antica facoltà ricettiva e produttiva, magica ed immediata”, di “somiglianze immateriali” che definisce “facoltà mimetica”. Più oltre:

leggere ciò che non è mai stato scritto. Questa lettura è la più antica: quella anteriore ad ogni lingua dalle viscere, dalle stelle, alle danze. Più tardi si affermarono anelli intermedi, rune e geroglifico. E’ logico pensare che queste furono le fasi attraverso le quali quella facoltà mimetica che era stata il fondamento della prassi occulta fece il suo ingresso nella scrittura e nella lingua. Così la lingua sarebbe lo stadio supremo del comportamento mimetico e il più perfetto archivio di somiglianze immateriali.

Quindi, il giorno successivo, la Panigrahi ha spiegato il funzionamento di questa danza, originaria della regione dell’Orissi, a sud di Bombay. Le prime testimonianze risalgono al II secolo a.C.; si trattava di una danza che faceva parte degli aspetti rituali più importanti del servizio nei templi, e così continuò fino al XVI secolo. Quindi i ragià portarono le danzatrici del tempio all’interno delle corti regali, e da questo momento, ha raccontato la Panigrahi, le danzatrici vennero viste male a causa della corruzione delle corti. Si diffuse quindi il culto del dio Visnu, e ci furono anche dei danzatori bambini travestiti. Quindi alcuni danzatori, per far rivivere questa danza, lessero gli antichi manoscritti e si rifecero alle illustrazioni, numerosissime, di questa danza sui templi.

Sanjukta ha quindi narrato le prime lezioni, quando le fu insegnato a sedersi, con la schiena che prolunga la linea del coccige e le ginocchia che toccano terra, a fissare un punto per una settimana, anche se alla piccola Sanjukta sembrava meditazione e non danza, a dare potere allo sguardo; gli otto movimenti degli occhi in accordo con la positura delle mani in cui si fanno vibrare le dita, in modo da imparare a fare due cose nello stesso tempo; i 9 movimenti del collo, che si adattano al personaggio, alla circostanza, alla situazione; da questi elementi si origina una combinazione di 150 gesti. Seguono i mudra, o gesti di una mano, che sono 28; tra quelli con due mani c’è anche quello famoso del saluto, che con le mani unite sopra la testa è per il tempio, davanti alla testa è per il maestro, davanti al petto per tutti. Vi sono poi altri gesti che riguardano i piedi e tutto il corpo. Ciò che è importantissimo è il ritmo della musica, che si ripete doppio, poi triplo, per decelerare nello stesso ordine, che è poi quella strana fascinazione di scatti simmetrici improvvisi che colpisce anche lo spettatore occidentale. In conclusione, la danzatrice non ha dimenticato di soffermarsi sulle piroette (fra cui quella di 360° su se stessi su di un piede), sui trenta tipi diversi di camminate (ci sono variazioni anche da regione a regione) e sui nove caratteri base della danza indiana, che sono: amore, riso, pathos, ira, eroismo, paura, disgusto, sorpresa, meraviglia, tranquillità.

(tratto da: Il margine )

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Lo sguardo straniante nella danza Odissi di…ultima modifica: 2012-12-14T07:10:00+01:00da loresansav1
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