L’evidenza nascosta…

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[…] La meditazione ha due grandi direzioni e possibilità di sviluppo. In genere la si collega ad una dimensione spirituale vissuta da santi, monaci, eremiti, o seguaci della new age. Le persone comuni, invece, di solito  non si cimentano in pratiche profonde di ricerca.

La meditazione è influenzata dalla dimensione spirituale caratteristica della cultura in cui viene praticata, ha dei presupposti collegati a questa e alle indicazioni del fondatore di un particolare ordine o movimento. In genere si pone come finalità un’esperienza di beatitudine, di fusione col divino. Alcune culture sostengono che il divino, la scintilla dell’Assoluto, è la coscienza stessa – proprio quella su cui abbiamo  posto la questione stasera. Scoprendo la più raffinata e incondizionata delle dimensioni, il puro Testimone intoccato e imperturbabile – ed è una Via concretamente percorribile, ve la potrei insegnare – secondo tali culture avremo ottenuto la verità su chi siamo veramente. Scopriremo che non siamo questa carne deperibile, marcescibile, ma siamo l’Assoluto, la coscienza immortale.

Queste sono le impostazioni che io chiamo “orizzontali”, in quanto mi dicono che cosa sono, ma non si occupano del perché sono, epperò si tratta di due problematiche di natura completamente diversa. Una mira ad un’ascesi elevativa dalla nostra condizione carnale, di sofferenza, di peccato e di condanna verso una dimensione più pura, spirituale – che gli indiani chiamano Atman, Brahman, Purusha –attinta la quale non saremo più coinvolti nella prima. Ramana Maharshi, seguendo un cammino solido, che tutta l’India pratica e sperimenta da almeno 3500 anni, imperniava il suo insegnamento sulla domanda “chi sono io?”.

Poi c’è la Via che io chiamo “verticale”. Questa non verte sulla domanda “chi sono?” o “come sono fatto?”, non è un travasamento dell’identità su piani sempre più elevati, ma qualsiasi cosa io sia, si occupa della domanda “perché ci sono?”

Seguendo questa, anche quando finisce la possibilità di attribuire una ragione, il fatto resta: io esisto. La Via verticale dà accesso alla dimensione dello stupore, dell’incapacitazione, nella quale ci si rende conto che tutto questo non può star succedendo: come è possibile esistere senza causa, senza una ragione ?! Si resta sconcertati.

Qui ad ASIA si insegna che, qualsiasi cosa tu sia, esisti e non c’è ragione possibile per questo fatto. Di fronte a questo si può provare un sussulto oppure anche rabbia e ribellione, perché nessuno ha deciso di esistere o è stato interpellato in proposito. Ma il fatto è che, come non c’è nessuna ragione per esistere, così non c’è nessuno con cui protestare! Si può anche inveire e bestemmiare, ma non c’è nessuno a cui indirizzare le maledizioni. Se ci fosse, si troverebbe infatti nelle nostre stesse condizioni.

Questa proposta  riprende l’insegnamento centrale del buddismo , che non è una religione fondata su un Dio creatore o Assoluto, ma una Via imperniata sul fatto che ci troviamo ad esistere e ne ignoriamo il perché. Questa condizione in genere viene vissuta in modo confuso, senza neanche avere messo a fuoco la questione e con l’attenzione catturata solo dalle qualità dell’esistenza.

Buddha la chiama avidya – termine sanscrito che significa “nescienza”, non sapere, “ignoranza”. E’ la condizione comune di chi si trova ad esistere e guarda la realtà senza sapersi dire niente, neanche che esiste. Se interpellate in proposito, cioè se siano sicure di esistere, le persone non ne sono neanche sicure, lo diventano solo dopo aver sperimentato l’impossibilità di negarsi. A questo punto restano profondamente sconcertate dalla propria presenza, anche se non sanno dirsi di più perché, per andare oltre, dovrebbero concedersi di capire il motivo per cui l’esistenza non le lascia indifferenti è che essa si contrappone ad una mancata non-eSistenza. Dovrebbero capire che il loro “perché” non è propriamente una domanda, ma uno stupore per il fatto d’esserci. Solo chiarificando il problema di gradino in gradino si può giungere a realizzare che esistere-invece-che-non-esistere è miracoloso e sconcertante. E’ più che il miracolo di un Dio, perché il primo miracolo, se mai Dio ci fosse, sarebbe l’essere di quel Dio stesso. […]

Tratto da:  L’evidenza nascosta, Franco Bertossa, Ed. Asia, 2004, pp.21-23 (articolo autorizzato alla pubblicazione dal Maestro per divulgazione gratuita)

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Immagine via: Openarms

L’evidenza nascosta…ultima modifica: 2009-10-23T07:53:00+00:00da loresansav1
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